giovedì 26 ottobre 2006

Stupro


Il mostro è maschio


di Gigi Riva


Omicidi. Stupri. Violenze brutali. Aumentano in Italia i crimini contro le donne. E cresce la loro ferocia. Sempre più spesso la violenza si consuma in famiglia


Galimberti: l'uomo ha perso la psiche Grafico: i dati regione per regione


Operazione Monitor


 


Silvia Mantovani un colpo era riuscita a pararlo, col palmo della mano. Aveva anche cercato di buttarsi verso il lato del passeggero, ma era stata incastrata dalla cintura di sicurezza che diligentemente indossava. All'assassino aveva infatti abbassato il finestrino, lato guida. Perché l'assassino lo conosceva. Si chiama Aldo Cagna, 28 anni, suo coetaneo, ed era, fino a quattro anni prima, il suo fidanzato. Lo aveva anche denunciato per lesioni, in passato, perché l'aveva picchiata durante una festa. Quella sera, la sera del 12 settembre, l'ultima sera per Silvia, lui l'aspetta all'uscita della Columbus di Martorano (Parma) dove la ragazza lavora per mantenersi gli studi in medicina. Silvia entra nella sua Dedra grigia, lui la rincorre con la sua Panda, la sperona, la costringe a fermarsi. Scende si avvicina, Silvia abbassa il finestrino come per dirgli di farla finita... Dieci colpi di coltello tra volto e torace, uno mortale al cuore. Una furia che si placa solo quando il corpo di lei si affloscia. Aldo fugge, vaga nella campagna finché lo trova la polizia. Stella Palermo, 25 anni, di Albenga (Savona) si sentiva sicura nella sua casa in zona residenziale. C'era anche la mamma la sera del 4 luglio scorso quando Fabio D'Errico, 32 anni, contitolare di una piccola azienda di riparazioni di computer, si è presentato per l'ennesimo "chiarimento". I familiari di lei lo avevano diffidato dall'avvicinarsi, gli avevano chiesto di stare alla larga: facilmente trascende durante i litigi. Ed ecco l'ultima discussione, lui che prende il taglierino e, sotto gli occhi della madre, colpisce Stella a ripetizione al collo, prima di fuggire. Lo troveranno a Torino vicino alla casa del padre.


Norma Rado Mazzotti, 63 anni, stava spiegando a Primo Destro, 68 anni, che non ne voleva più sapere di lui, domenica 8 ottobre. Stavano in macchina nella campagna di Massanzago (Padova). Non c'era ragione che Primo volesse sentire: ha estratto un coltello, l'ha colpita, solo ferita. Lei perdeva sangue, ma riusciva a correre. Lui è sceso, l'ha raggiunta e ha affondato l'arma per 20 volte. Ha gettato il coltello nel torrente Muson. Ha guidato fino alla stazione dei carabinieri, si è pettinato i capelli bianchi e al militare in guardiola ha detto: "Ho ammazzato una donna. Volevo suicidarmi, ma lei si è messa a gridare e ho perso la testa".


Emilia, Veneto, Liguria. Solo tre fra gli ultimi esempi di accanimento sulle donne. Se la percezione collettiva di un fenomeno in crescita allarmante ha bisogno delle cifre, eccole. Nel 2005 sono state 138 le donne ammazzate in famiglia, dieci in più del 2004 (fonte Eures, Archivio degli omicidi dolosi in Italia, dato provvisorio in attesa della pubblicazione a fine novembre del 'Rapporto' definitivo). Delle 10 mila chiamate giunte da gennaio 2006 al Telefono rosa, ben 1.800 sono partite per segnalare maltrattamenti, contro le 1.270 dell'intero 2005, quando le violenze carnali denunciate furono nove contro le 26 dei primi nove mesi dell'anno in corso. Per uscire dalla Penisola, l'Onu ha appena pubblicato i risultati di un gigantesco studio dal quale risulta che una donna su tre in tutto il mondo, all'ingrosso un miliardo, subisce vessazioni, soprusi, mutilazioni o stupri. Se si è femmina, in una percentuale che va dal 40 al 70 per cento dei casi, si è destinati a morire per mani del marito o dell'amante. Ed è la prima causa di decesso, più del cancro o di qualsivoglia malattia.


In Italia l'estate che se ne è appena andata ha avuto, sul tema, quotidianamente, il suo mattinale da questura. La presidente del Telefono rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, applaude all'idea del governo di affrontare, subito, in consiglio dei ministri, la revisione della legge sullo stalking (le molestie e i pedinamenti) con pene più severe, perché la condizione generale è ormai quella di tentare di evitare delle morti annunciate. Mai prima d'ora, e ha vent'anni di attività alle spalle, la Casa delle donne maltrattate di Milano si era trovata costretta a coniare uno slogan tanto estremo: 'Le vorremmo libere e felici, ma prima di tutto vive'. La presidente Marisa Guarneri, nel suo ufficio di via Piacenza 14, riflette come se tracciasse il bilancio del suo intero arco professionale: "Cosa è cambiato da quando iniziammo a metà degli anni Ottanta? È aumentata, e di molto, la ferocia. Si sono accorciati i tempi: all'omicidio si arriva assai più rapidamente". E c'è un nesso, probabile, col fatto che anche le vittime si stancano prima di prendere botte, quattro, cinque anni contro i decenni di un tempo. Più in fretta decidono di andarsene ed ecco la fase delicata quella quando più facilmente compaiono la pistola, il coltello, un semplice martello. La Guarneri e la sua vice, Tiziana Catalano, quasi si arrabbiano quando si azzarda la possibilità che certe percentuali siano drogate da una presenza sul nostro suolo più massiccia di donne extracomunitarie. È il riflesso condizionato dalla storia di Hina e del padre pachistano nell'opulenta Brescia. Società patriarcali? Culture diverse? Ma via. Ha un sorriso amaro e sarcastico la Catalano quando sottolinea che, nelle loro case protette, oggi ci stanno solo italiane.


E se va preso con le pinze il sommerso delle botte per la duplice difficoltà a denunciare e raccogliere dati, l'emerso, cioè ciò che non è occultabile socialmente come l'omicidio, è eloquente. Dei 138 omicidi domestici del 2005, 63 sono stati commessi nel Nord dell'agiatezza economica e vicino all'Europa, 28 nel Centro e 47 tra Sud e Isole. L'indipendenza, e l'autonomia della donna fanno paura all'uomo-padrone. Non è una questione di latitudine, tantomeno di classi. In Sardegna si sta seguendo un caso, lui magistrato, lei avvocato, persone che hanno dimestichezza con la legge. Lui ha cominciato a pedinarla, poi ha manifestato gelosia per i colleghi di studio. Prima verbalmente, poi con pugni e calci. Un punteruolo avvicinato alla gola ha fatto scattare la denuncia.


L'autore della violenza (analisi Ipsos 2005) in Italia è il marito o il convivente nell'85 per cento dei casi. Violenti ci sono anche tra i giovani. A Monza lei e lui ci sono andati ad abitare dopo essersi conosciuti in facoltà. Laureati entrambi, conviventi. Solo che lui ha preteso di essere il solo a lavorare. E prima di uscire il mattino la chiudeva in casa e di sera la menava solo se riceveva una telefonata. È andata avanti così per tre anni, finché lei ha sfondato la porta.

Le migliaia di storie raccolte nella novantina di centri antiviolenza sparsi in Italia (secondo un rapporto Istat del 2004 sono 520 mila le donne tra i 14 e i 59 anni che nel corso della loro vita hanno subito almeno una violenza tentata o consumata), si assomigliano. Potrebbero sembrare fotocopie in cui cambiano solo i dati anagrafici. Vengono raccontate col terrore negli occhi. A Firenze un giorno si è presentata ai servizi sociali una ragazza stracciata e ammaccata. La sera prima un amico del fidanzato, di professione bodyguard, si era offerto di riaccompagnarla a casa. Ha frenato in una via a ridosso del centro e l'ha costretta, con le mani legate, sul cofano della vettura, a subire uno stupro. Nelle vicinanze di Roma il branco ha infierito su una poco più che adolescente. Al pronto soccorso dove si è presentata persino i dottori che, per professione, tante ne vedono, si sono messi le mani nei capelli. Non bastasse, gli autori della violenza hanno continuato a minacciare la loro vittima di peggio nel caso avesse reso pubblica la vicenda. Lo ha fatto, ora sta in una casa protetta.


La denuncia aumenta la ferocia, dice l'esperienza. Alla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, Elena De Concini racconta di persone costrette a sfruttare l'occasione della spesa per infilarsi, di nascosto, nella sede sotto i portici e parlare. E chi si decide, finalmente, è perché è scattato un clic. Di solito coincide con le botte che dalla donna, si sono trasferite sui figli: "Molte confessano: finché picchiava me potevo sopportare, ma mi sono rivolta a voi quando ha cominciato coi bambini".

Telefono rosa ha provato a stabilire un profilo delle vittime. Coniugate o conviventi (59,2 per cento) ma con un significativo incremento delle divorziate. Età compresa tra i 35 e i 54 anni (60,8), laureate nel 13,9 per cento. Le casalinghe sono la categoria più rappresentata (24,7), seguite dalle disoccupate (14,9). Vanno poco dall'avvocato (7,2) mentre è in crescita il numero di chi si rivolge alle forze dell'ordine (11,2). Quanto all'autore della violenza, ha pure in maggioranza tra i 35 e i 54 anni (60,7), è laureato (16,7), fa l'impiegato (21,4), l'operaio (14,4) o il libero professionista (10,5). Meno i pensionati (8,7) o i disoccupati (7,9). Di norma non si droga e non beve. Dubita invece che si possa tracciare un identikit del potenziale killer la professoressa Anna Baldry, psicologa e criminologa, docente di Psicologia sociale a Napoli e in procinto di organizzare a Caserta, l'11 novembre, un convegno sui diritti delle vittime: "Sarebbe rassicurante definire un prototipo, sapremmo come agire. In realtà i rischi mutano non solo perché ogni caso è diverso, ma all'interno dello stesso caso ci sono tempi e momenti diversi".


La Baldry ha appena dato alle stampe un libro ('Dai maltrattamenti all'omicidio', Franco Angeli), in cui si prova a tracciare un recinto e offre una metodologia utile per prevenire la recidiva e l'escalation della violenza. Elenca i dieci fattori di rischio e descrive i formulari per la sua valutazione. Quanto di più scientifico, insomma, c'è a disposizione, ma su un terreno scivoloso in cui si devono valutare troppe variabili indipendenti. Riassume la studiosa: "L'uomo che usa violenza non è un 'violento per natura'. Il suo non è un destino ineluttabile. Con i maltrattamenti, nella maggior parte dei casi siamo di fronte a situazioni di apparente normalità, dove chi agisce la violenza sceglie di farlo e così come sceglie di agirla può decidere se e quando non usarla più". Almeno nel 30-40 per cento dei casi di uxoricidio da lei studiati nella vita, la possibilità che fossero consumati era insospettabile dall'esterno. Alla base delle botte, delle lame e delle pallottole c'è un retaggio antico, sopravvissuto purtroppo nell'Italia del 2000: "C'è", chiosa, "la volontà di poter controllare, fin nei minimi dettagli, la vita di un'altra persona. Di punirla per essersi sottratta".


In Italia sono 250 al giorno le donne che vengono aggredite dal loro partner o dal loro ex partner. Nel tempo che avete impiegato a leggere questo articolo è successo, da qualche parte, almeno due volte.


 


Operazione Monitor


Certo che c'è una emergenza stupri, come c'è un'emergenza per la violenza domestica e per le molestie persecutorie. Lo crede appassionatamente Barbara Pollastrini, la ministra delle Pari opportunità, convinta che l'attacco ai diritti umani delle donne, in particolare in Italia, è la grande questione rimossa di questo inizio secolo.

È decisamente duro il compito che Pollastrini si trova davanti, in un piccolo ministero senza portafoglio (ma lei promette di battersi per farglielo ottenere, come in altri paesi europei), e con un insieme di leggi che spesso non sono in grado di rendere giustizia alle vittime delle violenze né tantomeno di proteggerle.

Parte da qui la scelta di creare anche in Italia un Osservatorio sulla violenza alle donne, che dovrebbe prendere il via subito dopo il varo della Finanziaria. Oltre a monitorare ragioni e modalità di un fenomeno finora pochissimo indagato e a promuovere una campagna d'informazione, a partire dalle scuole, "che arrivi a toccare la coscienza maschile", avrà il compito importantissimo di dare sostegno e visibilità alla rete dei 110 centri antiviolenza che già esistono. Ma anche polizia e carabinieri dovranno attivarsi, creando nuclei specializzati a cui una donna minacciata potrà chiede aiuto (varie vittime dei delitti più recenti l'avevano fatto inutilmente). E intanto, nei pronto soccorso degli ospedali, ci saranno alcuni medici collegati con la forza pubblica.


"Ma è anche sul terreno delle leggi che è indispensabile muoversi", sostiene la ministra Pollastrini, "perché se si deve fare l'impossibile per prevenire, bisogna anche avere gli strumenti per reprimere". Ed ecco in arrivo un disegno di legge, steso con i ministeri della Giustizia e degli Interni, che trasforma le molestie, per cui oggi è prevista solo una multa, nel reato di stalking, di persecuzioni violente (fino a quattro anni). E che lavora sulla riduzione delle attenuanti nei processi




per stupro. "Inutile scandalizzarsi, qualcosa deve cambiare", dice Pollastrini. "Sono troppi gli stupratori in libertà che abbiamo visto finora". Ch. V.


 


L'uomo ha perso la psiche


di Chiara Valentini


Persone ansiose. Incapaci di vivere le emozioni. E dunque violenti. Parola di psicoanalista.  Colloquio con Umberto Galimberti



Uno specialista dell'anima potrebbe essere definito Umberto Galimberti, il filosofo morale capace di entrare nella psiche e nei sentimenti di uomini e donne di oggi, come ha fatto ne 'Le cose dell'amore' (Feltrinelli). Ma Galimberti è anche un acuto psicoanalista di scuola junghiana, che registra giorno dopo giorno gli slittamenti di un'identità maschile sempre più incerta e perturbata, alle prese con donne che non sono più quelle di una volta e sfuggono alle vecchie regole del possesso. Riflettendo sulla guerra strisciante che ha le sue manifestazioni estreme nella violenza domestica e nella moltiplicazione degli stupri, Galimberti cerca di metter ordine nel panorama disastrato che sta emergendo. E ci ricorda che solo una lunga e paziente rieducazione sentimentale potrà riportare un'accettabile convivenza fra i sessi.

Violenze e maltrattamenti delle proprie compagne, minacce, comportamenti persecutori, che nei casi più gravi possono sfociare nell'omicidio. Professor Galimberti, che cosa sta succedendo nella testa degli uomini?

"Partiamo da un primo punto che a me sembra incontestabile, negli ultimi trent'anni c'è stato un progressivo degrado delle capacità psichiche dei maschi. I loro fattori ansiogeni sono proiettati in gran parte all'esterno, sull'autoaffermazione sociale, sul raggiungimento di obiettivi materiali, che peraltro sembrano nascondere una sorta di angoscia sulla propria identità. Paradossalmente è come se i giovani in particolare non avessero più una psiche. Anche quando vengono in analisi non è per indagare se stessi, ma per risolvere un problema specifico. Ormai è più facile analizzare un sessantenne che un trentenne".


E perché questo degrado psichico, come lei lo definisce, può tradursi in violenza contro la donna che ti sta vicino?


"Oggi il gesto è sempre più un sostituto della parola. Quando non riusciamo a dare un nome alle nostre emozioni, quando perdiamo la capacità di guardare dentro noi stessi è come se si rompesse il meccanismo di elaborazione dei nostri disagi. È un deficit non solo culturale, ma psichico. Un apparato emotivo che non ce la fa a verbalizzarsi scivola più facilmente nel gesto violento, unica forma espressiva che riesce a manifestare".


Eppure non si è mai parlato tanto come in questi anni di parità fra uomini e donne, di condivisione. Tutte parole al vento?


"Non si tiene abbastanza conto della disumanizzazione che l'età della tecnica ha portato nel mondo del lavoro. C'è un'accelerazione sempre più forte verso regole di efficienza spasmodica, di competitività che chiedono alle persone di soffocare ogni emozione, di comprimere se stesse, di essere anaffettive e produttive in ogni istante della vita lavorativa. Ma questo provoca una scissione radicale nei confronti del privato, della vita familiare. Se fuori puoi essere solo perfetto e controllato, è a casa, è nei rapporti con la tua compagna che scarichi rabbie e frustrazioni. La famiglia diventa il luogo della massima violenza, la cloaca delle emozioni trattenute. Gli appartamenti sono luoghi appartati, dove può succedere qualunque cosa. Come raccontano le cronache".


Però anche le donne, negli ultimi trent'anni, sono entrate in massa nel mondo del lavoro. Perché allora sono quasi solo gli uomini a esercitare la violenza?

"Sono convinto che le più grandi rivoluzioni della storia hanno a che fare l'emancipazione femminile. D'altra parte la donna era tenuta sottomessa da sempre proprio perché se ne temeva il potere. Ma anche le donne di oggi, se si esclude l'élite di quelle in carriera che imitano modelli maschili, mi sembrano molto meno integrate dei maschi, capaci di esprimere ancora se stesse, le proprie complessità. E questo spaventa in modo crescente gli uomini".


Dietro questa aggressività, che almeno in Italia si comincia ad analizzare solo adesso, si può immaginare anche la paura dei maschi per le nuove libertà femminili?

"Non credo che questa libertà sia ancora pienamente acquisita, almeno sul piano della psiche. Ma gli uomini lo pensano, avvertono che stanno perdendo quella situazione tranquillizzante che era il possesso. Non possono più dire 'la mia donna' con quel tono speciale, non possono impedirle di andarsene per il mondo, di incontrare tanti altri uomini, tanti potenziali rivali che lo fanno sentire precario. Lo spiega bene Proust, quando ne 'La prigioniera' dice che avere a disposizione Albertine in casa non gli dà particolari gioie, se non quella di sottrarla agli altri".


Insomma, la scomparsa dell'amore come possesso può scatenare per una parte degli uomini l'amore come ossessione, spingerli a varie forme di maltrattamenti per sottomettere le compagne fino ad annientarne la volontà?

"Sì, è possibile, anche perché l'amore è concepito sempre meno come relazione con l'altro e sempre più come conferma della propria identità. Se perdo la donna che ho conquistato, se perdo quel valore di mercato che è la sua bellezza, perdo valore io stesso. Questo apre le porte alla violenza".


Abbiamo assistito in Spagna a un processo per violenza domestica: una donna con la testa fasciata è arrivata in aula mano nella mano con l'uomo che gliel'aveva rotta. "Non è cattivo, non lo rifarà più, non voglio che lo condanniate", ha detto. Perché questa dipendenza psicologica è frequente nelle donne maltrattate?

"È lo stesso meccanismo dei bambini, che difendono sempre la madre maltrattatrice, perché hanno paura di perderla. Anche molte donne non vogliono perdere il loro compagno. Temono la solitudine, la riprovazione sociale, la miseria economica. Sperano di riuscire a cambiarlo. Ma purtroppo si sbagliano, questa è una strada senza ritorno".


Intanto lo stupro è in crescita, o almeno ne aumentano le denunce, che sono addirittura triplicate. Specie nelle grandi città le donne possono essere violentate anche in pieno giorno per la strada. Ma molto più spesso, dicono le statistiche, succede in casa, ad opera di amici, fidanzati, mariti o ex.

"Siamo in un'epoca dove la sessualità è eccessivamente esibita dalla pubblicità, dai giornali, dalla tv dove anche un ragazzino ha libero accesso alle linee erotiche, ai film porno. Questa esibizione richiederebbe una maturità che non c'è. È caduto un tabù che invece era importante, che faceva sentire la conquista di una donna come una meta da raggiungere poco a poco, con le telefonate, con il corteggiamento. Ma se tutto è possibile subito, come suggeriscono i messaggi mediatici, se non c'è più educazione emotiva che faccia crescere la psiche, può scattare il gesto. O lei dice subito sì o me la prendo, anche con la forza".


Insomma, vede avanzare una moltitudine di 'analfabeti emotivi', per usare una sua definizione, incapaci di tenere a freno le proprie pulsioni?

"C'è questo rischio. Ma alla radice delle aggressioni sessuali c'è anche un fraintendimento. Oggi le ragazze si declinano attraverso l'ostentazione del corpo, le pance seminude, i seni e le gambe scoperte. La bellezza esibita è il loro biglietto da visita. Non è un'offerta, è un'esibizione narcisistica, come quella delle modelle. Ma i maschi la sentono come un invito".


A parte il fatto che spesso le violentate erano vestite come collegiali, non crede che le donne abbiano diritto a essere rispettate, qualunque sia l'abbigliamento che scelgono?

"Non incolpo le ragazze che si scoprono, ma i maschi che fraintendono. L'atto dello stupro è l'assenza di qualunque elaborazione psichica, è l'impossibilità della relazione con la donna".


Molti suggeriscono l'innalzamento delle pene, i leghisti vorrebbero la castrazione chimica. Secondo lei cosa si può fare per interrompere questo catalogo di orrori?

"Se la Lega dice 'castrare' io rispondo 'educare'. Anche alzare le pene serve a poco, quel che bisogna alzare è il livello culturale, a cominciare dai più emarginati, dagli immigrati. Se penso alla loro situazione, senza soldi, senza donne, in un paese che ostenta il sesso in questo modo, mi viene da dire che quel che succede è inevitabile. Ogni stupro, ogni violenza, chiunque sia a commetterli, è il fallimento dei processi educativi, è non aver insegnato a considerare l'altro come persona e non come cosa. La più bella definizione dell'amore l'ho trovata in Sant'Agostino: 'Volo ut sis', voglio che tu sia quello che sei, riconosco la tua alterità. È da qui che bisogna ripartire".


 


Modello Zapatero


di Emanuele Giusto


 


Varata all'unanimità dal Parlamento spagnolo nel dicembre 2004, la 'legge contro la violenza di genere' vuole combattere la violenza domestica come segno

della discriminazione che l'uomo esercita sulla donna nell'ambito delle relazioni affettive. La legge ha previsto la creazione di misure di assistenza, preventive, giuridiche ed economiche. Circa 80 miliardi di euro sono stati destinati all'avvio del progetto. Oggi in Spagna 430 tribunali speciali si occupano di violenza di genere, 20 dei quali sono stati creati ad hoc solo per questo genere di cause ed entro fine anno dovrebbero salire a 30. La sentenza penale è rapida, arriva al massimo in un mese, ispirata dalla 'discriminazione positiva', che prevede pene più dure se il maltrattatore è un uomo. Una donna che denuncia il suo compagno, in 72 ore può ottenere la custodia dei figli e può essere spiccato l'ordine di allontanamento dell'aggressore. La vittima ha diritto a essere alloggiata in case di accoglienza e viene assistita psicologicamente e legalmente. Sono anche previste misure per il reinserimento nel campo lavorativo e se necessario si aiuta la donna a cambiare residenza, città o regione. Tra le varie misure di sicurezza sono anche stati distribuiti alle donne giudicate in pericolo 4.500 cellulari con un pulsante d'allarme con cui, in caso di aggressione, si lancia un Sos che viene raccolto da uno dei 1.200 agenti specializzati in violenza sulle donne.


I dati raccolti in questo anno e mezzo di attività della legge costituiscono la base per le prime stime. Secondo il 'Registro centrale per la protezione delle vittime di violenza domestica', circa 200 mila spagnoli sono dei 'maltrattatori'. Dal 2004 a oggi si sono registrati 90 mila ordini di protezione, 70 mila condanne, 203 mila vittime di maltrattamenti. Malgrado le misure adottate, le 58 donne vittime della violenza domestica nel 2006 rappresentano un dato preoccupante e ancora provvisorio. Probabilmente nei prossimi mesi verrà superata la cifra di 72 omicidi raggiunta nel 2005.


Fonte. L'espresso

mercoledì 27 settembre 2006

Lo stupro che non c'era


Alice nel paese delle atrocità


Lidia Ravera


l’Unità  -  23 settembre 2006


 


Immigrato marocchino violenta dodicenne bolognese. Titoli, commenti, fiaccolate. Giù le mani dalle nostre bambine. Rinforziamo la polizia, cacciamo gli stranieri allupati, eviriamoli, insegniamo difesa personale nelle scuole, al posto della ginnastica, armiamo le nostre figlie, che l’Invicta produca zaini con la mitraglietta incorporata.


È scattata subito la reazione prevista, quando una ragazzina dalle idee confuse, forse sciocchina, forse semplicemente sovraesposta al veleno catodico (ah, gli sceneggiati pullulanti di vittime troppo graziose, eroicamente decise a denunciare il cattivo!), ha accusato di violenza carnale un ragazzo marocchino di vent’anni. Uno incrociato per strada, uno che nemmeno l’aveva guardata. Uno che, come unica col­pa, aveva quella di indos­sare una maglietta di Dol­ce e Gabbana (ah, l'imitazione della cosa griffata, quante vitti­me miete fra la popolazione più indifesa).


Peccato che non fosse vero nien­te, né il colpevole, né la colpa. Nel clima avvelenato in cui ci muoviamo incerti e timorosi, quando perfino il discorso di un Papa in un'università innesca una scarica di minacce e bordate di odio fra i popoli, un marocchi­no musulmano e stupratore, ve­niva proprio utile, per esacerbare gli animi e infiammare la caccia all'infedele. Peccato che tutto si sia sgonfiato, con la confessione di una bambina. Non c'è stato de­litto, c'è stata una marachella, una monelleria innocente. Segui­ta da una bugia colpevole. La dodicenne di Bologna (chia­miamola Alice, Alice nel paese delle atrocità), la dodicenne Ali­ce, si scambiava dei baci con il suo fidanzatino (così presto? Beh, nel mercato delle poppe esposte, smetti di far giocare Barbie al posto tuo prima di uscire dall'età pediatrica), le amiche l'hanno vista, lì, sulla panchina, intenta a fare le cose dei grandi. Probabilmente sono scappate via ridacchiando, le amiche. Alice si è spaventata: e se vanno a dirlo a mia madre? E se mia madre si ar­rabbia? E se non mi fa più uscire?


Meglio se le dico che ho incontra­to il lupo. Meglio se divento vitti­ma. Le vittime sono sempre buo­ne. Basta trovare un lupo cattivo. Eccolo, guardalo qua, proprio sul­la mia strada, è nero e ha una ma­glietta di Dolce e Gabbana. La descrizione non poteva essere più efficace. Il giovane marocchi­no è stato prelevato alle cinque di pomeriggio,è stato accusato di aver usato violenza a una bambi­na, è stato portato in questura e lì è rimasto fino alle quattro e mezza del mattino. Come l'avranno trattato? Con rispetto o con brutalità? È un lavoratore immigrato con regolare permesso di soggiorno. È una brava per­sona. Non ha neppure espresso il desiderio di prendere a ceffoni la nostra Alice.


Ha detto soltanto: se la incontras­si le chiederei perché, perché ha accusato proprio me, di una cosa così brutta. È una domanda a cui non è semplice rispondere. Pri­ma di Alice un'altra ragazzina, cinque anni fa, ha accusato un ragazzo dell'est, un albanese, di aver commesso un crimine orri­bile. Si chiamava Erika, la ragaz­zina, aveva 16 anni. Ha accusato e riconosciuto in fotografia un ra­gazzo di 17 anni che non aveva mai conosciuto. Ha detto di averlo visto uccidere sua madre e suo fratello. Invece era stata lei, con la complicità del fidanzatino, a compiere quella mattanza. Ha coperto la sua colpa (quelle centoventi coltellate) cercando di incastrare un cattivo verosimile, santificato dall'opinione comu­ne razzista. L'extracomunitario, quello che non è della nostra co­munità, e quindi può farsi carico della violenza di cui ci vogliamo liberare. È un lavoro sporco, è be­ne che lo facciano loro. Come raccolgono dalla terra i nostri pomodori, costruiscono le nostre case, puliscono il sedere ai nostri vecchi.


Che cosa hanno in comune la sciocchina Alice di oggi e la per­versa Erika di cinque fa? La debo­lezza. La fragilità psichica di chi non sa ancora discernere fra real­tà e finzione, giusto e sbagliato, vero e verosimile. L'adolescenza è sensibile come l'ago di un si­smografo. Registra ogni sommo­vimento sotterraneo della socie­tà. Lo amplifica. Se ne fa portato­re. Che società è una società in cui una ragazzina si inventa di es­sere stata stuprata perché la mamma non la sgridi? Perché una bugia così grossa, ma, soprat­tutto, così appetibile per i me­dia? Che cosa c'è dietro? Voglia di protagonismo? O forse, addi­rittura, il desiderio inconscio di rendersi interessanti agli occhi dei grandi, diventare un caso, fi­nire sui giornali, o sull'onnipre­sente teleschermo, magari inter­vistate dalla Maria De Filippi di turno?


Alice è alle prese con uno dei mo­menti più delicati della vita di un essere umano: deve sgusciare fuori dall'infanzia, passare per il limbo della pubertà, e poi diven­tare adulta. Spero che la sua atro­ce marachella venga dimentica­ta in fretta. Che nessuno parli più di lei. E che sua madre abbia la forza di spiegarle che anche quelli che vengono dal Marocco sono persone. Non sono, come il Babàu, come l'Uomo Nero del Sacco, funzioni narrative, buone per le fiabe per bambini.


Sono essere umani. Come lei, come il suo fidanzatino. E vanno rispettati.


 


 


La bambina e il marocchino


Mariuccia Ciotta


il manifesto  -  23 settembre 2006


 


Un ragazzo di vent'anni e una bambina di dodici. Lui è marocchino, lei è «bella, bellissima», come le candidate di Miss Italia, ed è «la sua unica colpa» urla la madre alla stampa: «Fanno schifo, fanno schifo, sono dei mostri». Come potrà vivere la sua vita dopo l'orrenda violenza subita? Esterno giorno, lo scenario è un parco pubblico di Anzola Emilia, vicino Bologna, il «branco» attende la vittima, lo stupratore «extracomunitario» indossa una t-shirt nera Dolce&Gabbana. Sarà subito fermato e accusato di stupro aggravato. Non manca niente per far credere agli adulti che tutto sia vero, per farlo credere ai giornali, alla tv, ai poliziotti. Va «in onda» il remake di una storia già sentita, già vista che si rincorre sulle pagine dei quotidiani e sul piccolo schermo. Il codice è sempre lo stesso: «dietro un cespuglio», «nel parco», «gli amici guardano», «nessuno chiama aiuto», «marocchino»... e il linguaggio del cronista serve da «testimone». L'archivio delle parole-chiave corre a sostenere la storia della bambina stuprata con il più suggestivo dei racconti «in diretta». Ecco la «piccola vittima» umiliata, seviziata, il mostro estrae la lametta, le rasa il pube, gli altri ridono... Flash-back di altri casi analoghi, dove spuntano maghrebini da tutte le parti. Non è difficile dire una bugia quando tutti sono pronti a credere. La dodicenne ha inventato tutto, lo ha confessato ieri al procuratore capo, e lo ha fatto per la vergogna che la madre venisse a sapere che era stata vista dagli amici in atteggiamenti intimi con il suo boy-friend. Nessuno stupro. La bambina imbrogliona, che ha accusato ingiustamente il ragazzo del Marocco, ha fatta sua una violenza che avvelena l'aria, e che la rende vittima due volte. L'abuso maschile, che imperversa nelle case e per le strade, per essere «vero» doveva portare il marchio dell'immigrato. Il «marocchino», liberato ieri, dopo la confessione, ha dichiarato «se vedessi quella ragazzina le farei solo una domanda: perché hai detto che sono stato io?». Perché chi altro è considerato un subumano, uno senza nome, un «clandestino», un pericolo reale e immaginario?


 


 


 


Il meccanismo pericoloso


Michele Serra


la Repubblica  -  23 settembre 2006


 


A Bologna si dice “marocchino”, da generazioni, per indicare chiunque provenga da Roma in giù. Non è neanche razzismo: è quel pigro e comodo liquidare gli altri come una grande unica tribù di seccatori. Chissà che non sia anche questa spensierata rozzezza ad avere orientato una ragazzina di Anzola Emilia, a pochi chilometri dalle Due Torri, nell’atroce accusa di stupro collettivo, in pieno giorno.


Un'accusa rivolta a un impre­cisato "branco" di immigrati il cui capo sarebbe stato, ap­punto, un ventenne marocchino. A dodici anni, tanti ne ha la ragazzina, non è mai del tutto chiaro che cosa salti in mente. Fatto sta che il giorno dopo (ma il sospetto, forte, c'era an­che il giorno prima) si è scoperto che non era vero niente. Che lo spaven­to, privato e sociale, per questa vol­ta era stato inutile, era stato a vuoto: Cappuccetto Rosso non aveva in­contrato il Lupo, e la favola nera era appunto soltanto una favola. Tutto benissimo, dunque, con grandi so­spiri di sollievo e un severo rabbuffo alla piccola cacciaballe, mitigato dalla contentezza di saperla incolume.


Peccato che, nel breve lasso di tempo intercorso tra la denuncia di stupro e la scoperta della clamorosa bugia, sia accaduto qualcosa di alta­mente penoso. Alcuni quotidiani hanno sbattuto in prima pagina l'orrenda fola raccontata dalla bim­ba, e lo hanno fatto senza nessuna, dico nessuna premura di un riscon­tro o di un dubbio. "Dodicenne vio­lentata dagli immigrati", così, pro­prio così. Così nelle edicole e nelle rassegne stampa dei telegiornali del mattino, così nel passaparola nei bar di mezza Italia. Così nella percezione sempre più alterata, emotiva, pericolosa che molte persone han­no della questione degli immigrati.


Ora: che una ragazzina di paese possa inventarsi una violenza ses­suale subita da non meglio precisa­ti "immigrati", rientra nelle sciocchezze madornali che si fanno (an­che se non si dovrebbero fare) in quell'età tenera e inquietante. Ma che, sul palcoscenico organizzato dai media e dunque dagli adulti, quella scenetta sia amplificata esat­tamente come l'ha inventata la teen-ager, con "gli immigrati" inte­si come un solo indistinto magma di malvagi, è una cosa parecchio di­sgustosa. Indice, nel migliore dei casi (dico nel migliore) di cinica speculazione politica, nel peggiore di un degrado culturale, e di una afasia etica, giunti al punto di far coin­cidere una condizione umana (l'immigrato) e la predisposizione al crimine. Puro razzismo, in senso tecnico: tu non sei quello che fai, tu sei quello che dicono la tua anagrafe, la tua nazionalità, la tua "razza".


Di crimini veri, naturalmente, persone immigrate (non "gli immi­grati", persone immigrate, e non è davvero la stessa cosa) ne hanno commessi, e ne commetteranno. Specie nello sgradevole comparto dei reati sessuali, laddove l'impatto con l'apparente "disponibilità" del­le donne in una società meno inibi­ta come la nostra, genera facilmen­te odiosi equivoci, e scorciatoie vio­lente, negli stranieri appena arriva­ti. Ma proprio perché il problema esiste, brandirlo come una clava equivale a trasformarlo in uno spauracchio utile solo a fare freme­re di orrore il proprio pubblico pagante, e votante. Che è il contrario di affrontarlo e dunque il contrario di provare a risolverlo.


Proprio nei giorni scorsi, del re­sto, è circolata una notizia di crona­ca secondo la quale un italiano co­niugato, avendo dimenticato il por­tafogli a casa dell'amante, per giu­stificarsi con la moglie ha detto che glielo aveva rubato "un immigrato" (e chi, se no?). Ed è, questo, l'aspet­to barzellettistico (ma non meno in­degno, nella sostanza) di un vezzo, o di una paranoia, piuttosto diffusi: Erika e Omar dissero che erano sta­ti "albanesi" a sgozzare le loro vitti­me, servendosi del capro espiatorio già allora più comodo, e credibile per una società spaventata e male informata. E a Brescia, pochi giorni fa, un regolamento di conti per affa­ri loschi di malavita italiana ha ad­dirittura scatenato sit-in di strada contro "gli immigrati criminali". E chissà se la verità, arrivata a raddrizzare la schiena alla calunnia razzi­sta, è bastata a suggerire prudenza, a portare ragione. O se la verità, quando ridimensiona il panico, vie­ne invece respinta perché arriva ad alterare un meccanismo prezioso, quello del capro espiatorio. Prezio­so per un largo pezzo di opinione pubblica, che del disordine e del cri­mine ha la comprensibile premura di liberarsi, ma preferisce farlo a qualunque costo, ritenendo "gli immigrati" la fonte di ogni male. E pre­zioso per pezzi di politica e di infor­mazione che ci speculano sopra.


La vocazione "pedagogica" dei media ha fatto il suo tempo, dicono. Peccato sia stata rimpiazzata, la pe­dagogia, dalla demagogia: si tende a scrivere solo quello che il lettore ha voglia di sentirsi dire. Anche se quello che ha voglia di sentirsi dire è pura menzogna.


 


sabato 23 settembre 2006

Atto di una condanna a morte

Articolo pubblicato da "Il Mattino" del 10 giugno 1985 che decretò la condanna a morte di Giancarlo Siani


 


Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l'arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse «scaricato», ucciso o arrestato. Il boss della Nuova famiglia che era riuscito a creare un vero e proprio impero della camorra nell'area vesuviana, è stato trasferito al carcere di Poggioreale subito dopo la cattura a Marano l'altro pomeriggio. Verrà interrogato da più magistrati in relazione ai diversi ordini e mandati di cattura che ha accumulato in questi anni. I maggiori interrogativi dovranno essere chiariti, però, dal giudice Guglielmo Palmeri, che si sta occupando dei retroscena della strage di Sant’Alessandro.


Dopo il 26 agosto dell'anno scorso il boss di Torre Annunziata era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di «Nuova famiglia», i Bardellino. I carabinieri erano da tempo sulle tracce del super latitante che proprio nella zona di Marano, area d’influenza dei Nuvoletta, aveva creduto di trovare rifugio. Ma il boss di Torre Annunziata, negli ultimi anni, aveva voluto «strafare». La sua ascesa tra il 1981 e il 1982: gli anni della lotta con la «Nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo. L’11 settembre 1981 a Torre Annunziata vengono eliminati gli ultimi due capizona di Cutolo nell'area vesuviana, Salvatore Montella e Carlo Umberto Cirillo. Da boss indiscusso del contrabbando di sigarette (un affare di miliardi e con la possibilità di avere a disposizione un elevato numero di gregari) Gionta riesce a conquistare il controllo del mercato ittico. Con una cooperativa, la Do. Gi. pesca (figura la moglie Gemma Donnarumma), mette le mani su interessi di miliardi. È la prima pietra della vera e propria holding che riuscirà a ingrandire negli anni successivi. Come «ambulante ittico», con questa qualifica è iscritto alla Camera di Commercio dal ‘68, fa diversi viaggi in Sicilia dove stabilisce contatti con la mafia. Per chi può disporre di alcune navi per il contrabbando di sigarette (una viene sequestrata a giugno al largo della Grecia, un'altra nelle acque di Capri) non è difficile controllare anche il mercato della droga. È proprio il traffico dell'eroina uno degli elementi di conflitto con gli altri clan in particolare con gli uomini di Bardellino che a Torre Annunziata avevano conquistato una fetta del mercato. I due ultimatum lanciati da Gionta (il secondo scadeva proprio il 26 agosto) sono alcuni dei motivi che hanno scatenato la strage.


Ma il clan dei Valentini tenta di allargarsi anche in altre zone. Il 20 maggio a Torre Annunziata viene ucciso Leopoldo Del Gaudio, boss di Ponte Persica, controllava il mercato dei fiori di Pompei. A luglio Gionta acquista camion e attrezzature per rimettere in piedi anche il mercato della carne. Un settore controllato dal clan degli Alfieri di Boscoreale, legato a Bardellino. Troppi elementi di contrasto con i rivali che decidono di coalizzarsi per stroncare definitivamente il boss di Torre Annunziata. E tra i 54 mandati di cattura emessi dal Tribunale di Napoli il 3 novembre dell'anno scorso ci sono anche i nomi di Carmine Alfieri e Antonio Bardellino. Con la strage l'attacco è decisivo e mirato a distruggere l’intero clan. Torre Annunziata diventa una zona che scotta. Gionta Valentino un personaggio scomodo anche per gli stessi alleati. Un’ipotesi sulla quale stanno indagando gli inquirenti e che potrebbe segnare una svolta anche nelle alleanze della «Nuova famiglia». Un accordo tra Bardellino e Nuvoletta avrebbe avuto come prezzo proprio l’eliminazione del boss di Torre Annunziata e una nuova distribuzione dei grossi interessi economici dell’area vesuviana. Con la cattura di Valentino Gionta salgono a ventotto i presunti camorristi del clan arrestati da carabinieri e polizia dopo la strage. Ancora latitanti il fratello del boss, Ernesto Gionta, e il suocero, Pasquale Donnarumma.


 


Giancarlo Siani


 

sabato 9 settembre 2006

Solo contro tutti


Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso alle 21 e 15 del 3 settembre 1982. E’ un venerdì, quando i sicari affiancano l’A 112 dove viaggia insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro. Ammazzato pure l’agente di scorta Domenico Russo che viaggia su un ‘Alfetta’.


 


Da "la Repubblica" del 10 agosto 1982


Parla il generale Dalla Chiesa, l'uomo incaricato di sconfiggere l'associazione criminale più pericolosa d'Italia


Quell'uomo solo contro la mafia


di Giorgio Bocca


 


PALERMO - La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica notte, sempre lì , alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora la Sicilia degli svaghi, del turismo internazionale, del "wind surf" nel mare azzurro di Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il "segno" che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e allo Stato: i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli pare, a distanza di dieci minuti da un delitto all'altro.

Dalla Chiesa è nero: "Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari . Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l'arroganza mafiosa deve cessare".


Che arroganza generale ?  "A un giornalista devo dirlo ? Uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo".

Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po’ lasciata andare, un po’ leziosa, fra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffé e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia.


Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?

"Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura , anche se di prima classe, non mi interessa . Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell'interesse dello Stato". Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve "coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale" la lotta alla Mafia. "Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati".


Vediamo un po’ generale, lei forse vuol dirmi che stando alla legge il potere di un prefetto è identico a quello di un altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore. Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore. "Preferirei l'esplicito". Se non ottiene l'investitura formale che farà ? Rinuncerà alla missione ?

"Vedremo a settembre . Sono venuto qui per dirigere la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Ma non mi faccia dire di più".

No, parliamone, queste faccende all'italiana vanno chiarite. Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura antimafia? I poteri speciali del prefetto Mori? "Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel "pascolo" palermitano e non nel resto d'Italia non farebbe che perdere tempo".


Lei cosa chiede? L'autonomia e l'ubiquità di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo? "Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso di parlarne in pubblico . Le dico solo che le ho già, e da tempo, convenientemente illustrate nella sede competente. Spero che si concretizzino al più presto. Altrimenti non si potranno attendere sviluppi positivi". Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista? Nuclei fidati, coordinati in tutte le città calde? Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina giovinetto: questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali . Difficile da capire. Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il '66 e il '73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de "Il giorno della civetta". Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa capisce oggi, 1982?  "Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l'istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura , i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: "Brave persone". Non disturbano. Firmano regolarmente. Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi". E oggi ? "Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E' finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?"


Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell'agguato sull'autostrada, si quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell'assessore ai lavori pubblici di Catania? "Si". E come andiamo generale, con i piani regolatori delle grandi città? E' vero che sono sempre nel cassetto dell'assessore al territorio e all'ambiente? "Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni a tollerare l'abusivismo".


Il caso Mattarella. Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombo mafioso.

Cosa è successo, generale? "E' accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l'impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del "palazzo". Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato". Mi spieghi meglio. "Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell'amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l'esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco"


Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?

"Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato"


Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché fu ucciso il comunista Pio La Torre. "Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla "associazione a delinquere" la associazione mafiosa." Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire una associazione mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere?

"E' materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l'associazione mafiosa. La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali".


Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte al padrino del "Giorno della civetta"? "Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco". "Era meglio l'antiterrorismo" Mi faccia un esempio. "Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo a prendere il caffé dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l'eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura . Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade".


Che mondo complicato. Forse era meglio l'antiterrorismo. "In un certo senso si, allora avevo dietro di me l'opinione pubblica, l'attenzione dell' Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l'Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia". Perché sbaglia, generale? "La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fato grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa "accumulazione primitiva" del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco , queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere".

E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale?

"Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale". Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni?

Mi guarda incuriosito. Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l'hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste , Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliani, l'ala socialista dell'Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzuto e dei Cannavale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.

"Ma si, e con un certo ottimismo sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire . Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati".

Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la signora Dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane, bella. Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c'erano neppure negli anni dell'antiterrorismo. Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore. "Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei Lyons. Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo arrestai, aveva in tasca l'elenco completo di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia prima moglie . Di tutti sapevano indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le ho prese neppure nei giorni in cui su "Rosso" appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno ,con il punteggio dieci, il massimo . Se non è istigazione ad uccidere questa?".


Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono? Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo qualcuno accenna un inchino e mormora: "Eccellenza".


 

martedì 29 agosto 2006

"I have a dream"


Washington, 28 agosto 1963


"I have a dream"


Lo storico discorso pronunciato da Martin Luther King




«Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.


Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.


E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.


Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.


Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.


Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.


Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.


Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.


Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.


Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.


Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.


Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.


Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.


Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.


Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.


Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.


Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.


Ma non soltanto.


Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.


Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.


Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.


E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".»

Nato oggi

Forse sconsideratamente, ma mi tuffo nel terzo blog.


Si tratterà di un punto di riferimento (nelle mie ambizioni). Verranno ospitati anche, o forse soprattutto, pezzi in cui la data risulterà importante, più da archivio che di attualità. Sarà uno slow blog, da gustare piano piano, senza affanni.


Tanti memo per la memoria.