mercoledì 27 settembre 2006

Lo stupro che non c'era


Alice nel paese delle atrocità


Lidia Ravera


l’Unità  -  23 settembre 2006


 


Immigrato marocchino violenta dodicenne bolognese. Titoli, commenti, fiaccolate. Giù le mani dalle nostre bambine. Rinforziamo la polizia, cacciamo gli stranieri allupati, eviriamoli, insegniamo difesa personale nelle scuole, al posto della ginnastica, armiamo le nostre figlie, che l’Invicta produca zaini con la mitraglietta incorporata.


È scattata subito la reazione prevista, quando una ragazzina dalle idee confuse, forse sciocchina, forse semplicemente sovraesposta al veleno catodico (ah, gli sceneggiati pullulanti di vittime troppo graziose, eroicamente decise a denunciare il cattivo!), ha accusato di violenza carnale un ragazzo marocchino di vent’anni. Uno incrociato per strada, uno che nemmeno l’aveva guardata. Uno che, come unica col­pa, aveva quella di indos­sare una maglietta di Dol­ce e Gabbana (ah, l'imitazione della cosa griffata, quante vitti­me miete fra la popolazione più indifesa).


Peccato che non fosse vero nien­te, né il colpevole, né la colpa. Nel clima avvelenato in cui ci muoviamo incerti e timorosi, quando perfino il discorso di un Papa in un'università innesca una scarica di minacce e bordate di odio fra i popoli, un marocchi­no musulmano e stupratore, ve­niva proprio utile, per esacerbare gli animi e infiammare la caccia all'infedele. Peccato che tutto si sia sgonfiato, con la confessione di una bambina. Non c'è stato de­litto, c'è stata una marachella, una monelleria innocente. Segui­ta da una bugia colpevole. La dodicenne di Bologna (chia­miamola Alice, Alice nel paese delle atrocità), la dodicenne Ali­ce, si scambiava dei baci con il suo fidanzatino (così presto? Beh, nel mercato delle poppe esposte, smetti di far giocare Barbie al posto tuo prima di uscire dall'età pediatrica), le amiche l'hanno vista, lì, sulla panchina, intenta a fare le cose dei grandi. Probabilmente sono scappate via ridacchiando, le amiche. Alice si è spaventata: e se vanno a dirlo a mia madre? E se mia madre si ar­rabbia? E se non mi fa più uscire?


Meglio se le dico che ho incontra­to il lupo. Meglio se divento vitti­ma. Le vittime sono sempre buo­ne. Basta trovare un lupo cattivo. Eccolo, guardalo qua, proprio sul­la mia strada, è nero e ha una ma­glietta di Dolce e Gabbana. La descrizione non poteva essere più efficace. Il giovane marocchi­no è stato prelevato alle cinque di pomeriggio,è stato accusato di aver usato violenza a una bambi­na, è stato portato in questura e lì è rimasto fino alle quattro e mezza del mattino. Come l'avranno trattato? Con rispetto o con brutalità? È un lavoratore immigrato con regolare permesso di soggiorno. È una brava per­sona. Non ha neppure espresso il desiderio di prendere a ceffoni la nostra Alice.


Ha detto soltanto: se la incontras­si le chiederei perché, perché ha accusato proprio me, di una cosa così brutta. È una domanda a cui non è semplice rispondere. Pri­ma di Alice un'altra ragazzina, cinque anni fa, ha accusato un ragazzo dell'est, un albanese, di aver commesso un crimine orri­bile. Si chiamava Erika, la ragaz­zina, aveva 16 anni. Ha accusato e riconosciuto in fotografia un ra­gazzo di 17 anni che non aveva mai conosciuto. Ha detto di averlo visto uccidere sua madre e suo fratello. Invece era stata lei, con la complicità del fidanzatino, a compiere quella mattanza. Ha coperto la sua colpa (quelle centoventi coltellate) cercando di incastrare un cattivo verosimile, santificato dall'opinione comu­ne razzista. L'extracomunitario, quello che non è della nostra co­munità, e quindi può farsi carico della violenza di cui ci vogliamo liberare. È un lavoro sporco, è be­ne che lo facciano loro. Come raccolgono dalla terra i nostri pomodori, costruiscono le nostre case, puliscono il sedere ai nostri vecchi.


Che cosa hanno in comune la sciocchina Alice di oggi e la per­versa Erika di cinque fa? La debo­lezza. La fragilità psichica di chi non sa ancora discernere fra real­tà e finzione, giusto e sbagliato, vero e verosimile. L'adolescenza è sensibile come l'ago di un si­smografo. Registra ogni sommo­vimento sotterraneo della socie­tà. Lo amplifica. Se ne fa portato­re. Che società è una società in cui una ragazzina si inventa di es­sere stata stuprata perché la mamma non la sgridi? Perché una bugia così grossa, ma, soprat­tutto, così appetibile per i me­dia? Che cosa c'è dietro? Voglia di protagonismo? O forse, addi­rittura, il desiderio inconscio di rendersi interessanti agli occhi dei grandi, diventare un caso, fi­nire sui giornali, o sull'onnipre­sente teleschermo, magari inter­vistate dalla Maria De Filippi di turno?


Alice è alle prese con uno dei mo­menti più delicati della vita di un essere umano: deve sgusciare fuori dall'infanzia, passare per il limbo della pubertà, e poi diven­tare adulta. Spero che la sua atro­ce marachella venga dimentica­ta in fretta. Che nessuno parli più di lei. E che sua madre abbia la forza di spiegarle che anche quelli che vengono dal Marocco sono persone. Non sono, come il Babàu, come l'Uomo Nero del Sacco, funzioni narrative, buone per le fiabe per bambini.


Sono essere umani. Come lei, come il suo fidanzatino. E vanno rispettati.


 


 


La bambina e il marocchino


Mariuccia Ciotta


il manifesto  -  23 settembre 2006


 


Un ragazzo di vent'anni e una bambina di dodici. Lui è marocchino, lei è «bella, bellissima», come le candidate di Miss Italia, ed è «la sua unica colpa» urla la madre alla stampa: «Fanno schifo, fanno schifo, sono dei mostri». Come potrà vivere la sua vita dopo l'orrenda violenza subita? Esterno giorno, lo scenario è un parco pubblico di Anzola Emilia, vicino Bologna, il «branco» attende la vittima, lo stupratore «extracomunitario» indossa una t-shirt nera Dolce&Gabbana. Sarà subito fermato e accusato di stupro aggravato. Non manca niente per far credere agli adulti che tutto sia vero, per farlo credere ai giornali, alla tv, ai poliziotti. Va «in onda» il remake di una storia già sentita, già vista che si rincorre sulle pagine dei quotidiani e sul piccolo schermo. Il codice è sempre lo stesso: «dietro un cespuglio», «nel parco», «gli amici guardano», «nessuno chiama aiuto», «marocchino»... e il linguaggio del cronista serve da «testimone». L'archivio delle parole-chiave corre a sostenere la storia della bambina stuprata con il più suggestivo dei racconti «in diretta». Ecco la «piccola vittima» umiliata, seviziata, il mostro estrae la lametta, le rasa il pube, gli altri ridono... Flash-back di altri casi analoghi, dove spuntano maghrebini da tutte le parti. Non è difficile dire una bugia quando tutti sono pronti a credere. La dodicenne ha inventato tutto, lo ha confessato ieri al procuratore capo, e lo ha fatto per la vergogna che la madre venisse a sapere che era stata vista dagli amici in atteggiamenti intimi con il suo boy-friend. Nessuno stupro. La bambina imbrogliona, che ha accusato ingiustamente il ragazzo del Marocco, ha fatta sua una violenza che avvelena l'aria, e che la rende vittima due volte. L'abuso maschile, che imperversa nelle case e per le strade, per essere «vero» doveva portare il marchio dell'immigrato. Il «marocchino», liberato ieri, dopo la confessione, ha dichiarato «se vedessi quella ragazzina le farei solo una domanda: perché hai detto che sono stato io?». Perché chi altro è considerato un subumano, uno senza nome, un «clandestino», un pericolo reale e immaginario?


 


 


 


Il meccanismo pericoloso


Michele Serra


la Repubblica  -  23 settembre 2006


 


A Bologna si dice “marocchino”, da generazioni, per indicare chiunque provenga da Roma in giù. Non è neanche razzismo: è quel pigro e comodo liquidare gli altri come una grande unica tribù di seccatori. Chissà che non sia anche questa spensierata rozzezza ad avere orientato una ragazzina di Anzola Emilia, a pochi chilometri dalle Due Torri, nell’atroce accusa di stupro collettivo, in pieno giorno.


Un'accusa rivolta a un impre­cisato "branco" di immigrati il cui capo sarebbe stato, ap­punto, un ventenne marocchino. A dodici anni, tanti ne ha la ragazzina, non è mai del tutto chiaro che cosa salti in mente. Fatto sta che il giorno dopo (ma il sospetto, forte, c'era an­che il giorno prima) si è scoperto che non era vero niente. Che lo spaven­to, privato e sociale, per questa vol­ta era stato inutile, era stato a vuoto: Cappuccetto Rosso non aveva in­contrato il Lupo, e la favola nera era appunto soltanto una favola. Tutto benissimo, dunque, con grandi so­spiri di sollievo e un severo rabbuffo alla piccola cacciaballe, mitigato dalla contentezza di saperla incolume.


Peccato che, nel breve lasso di tempo intercorso tra la denuncia di stupro e la scoperta della clamorosa bugia, sia accaduto qualcosa di alta­mente penoso. Alcuni quotidiani hanno sbattuto in prima pagina l'orrenda fola raccontata dalla bim­ba, e lo hanno fatto senza nessuna, dico nessuna premura di un riscon­tro o di un dubbio. "Dodicenne vio­lentata dagli immigrati", così, pro­prio così. Così nelle edicole e nelle rassegne stampa dei telegiornali del mattino, così nel passaparola nei bar di mezza Italia. Così nella percezione sempre più alterata, emotiva, pericolosa che molte persone han­no della questione degli immigrati.


Ora: che una ragazzina di paese possa inventarsi una violenza ses­suale subita da non meglio precisa­ti "immigrati", rientra nelle sciocchezze madornali che si fanno (an­che se non si dovrebbero fare) in quell'età tenera e inquietante. Ma che, sul palcoscenico organizzato dai media e dunque dagli adulti, quella scenetta sia amplificata esat­tamente come l'ha inventata la teen-ager, con "gli immigrati" inte­si come un solo indistinto magma di malvagi, è una cosa parecchio di­sgustosa. Indice, nel migliore dei casi (dico nel migliore) di cinica speculazione politica, nel peggiore di un degrado culturale, e di una afasia etica, giunti al punto di far coin­cidere una condizione umana (l'immigrato) e la predisposizione al crimine. Puro razzismo, in senso tecnico: tu non sei quello che fai, tu sei quello che dicono la tua anagrafe, la tua nazionalità, la tua "razza".


Di crimini veri, naturalmente, persone immigrate (non "gli immi­grati", persone immigrate, e non è davvero la stessa cosa) ne hanno commessi, e ne commetteranno. Specie nello sgradevole comparto dei reati sessuali, laddove l'impatto con l'apparente "disponibilità" del­le donne in una società meno inibi­ta come la nostra, genera facilmen­te odiosi equivoci, e scorciatoie vio­lente, negli stranieri appena arriva­ti. Ma proprio perché il problema esiste, brandirlo come una clava equivale a trasformarlo in uno spauracchio utile solo a fare freme­re di orrore il proprio pubblico pagante, e votante. Che è il contrario di affrontarlo e dunque il contrario di provare a risolverlo.


Proprio nei giorni scorsi, del re­sto, è circolata una notizia di crona­ca secondo la quale un italiano co­niugato, avendo dimenticato il por­tafogli a casa dell'amante, per giu­stificarsi con la moglie ha detto che glielo aveva rubato "un immigrato" (e chi, se no?). Ed è, questo, l'aspet­to barzellettistico (ma non meno in­degno, nella sostanza) di un vezzo, o di una paranoia, piuttosto diffusi: Erika e Omar dissero che erano sta­ti "albanesi" a sgozzare le loro vitti­me, servendosi del capro espiatorio già allora più comodo, e credibile per una società spaventata e male informata. E a Brescia, pochi giorni fa, un regolamento di conti per affa­ri loschi di malavita italiana ha ad­dirittura scatenato sit-in di strada contro "gli immigrati criminali". E chissà se la verità, arrivata a raddrizzare la schiena alla calunnia razzi­sta, è bastata a suggerire prudenza, a portare ragione. O se la verità, quando ridimensiona il panico, vie­ne invece respinta perché arriva ad alterare un meccanismo prezioso, quello del capro espiatorio. Prezio­so per un largo pezzo di opinione pubblica, che del disordine e del cri­mine ha la comprensibile premura di liberarsi, ma preferisce farlo a qualunque costo, ritenendo "gli immigrati" la fonte di ogni male. E pre­zioso per pezzi di politica e di infor­mazione che ci speculano sopra.


La vocazione "pedagogica" dei media ha fatto il suo tempo, dicono. Peccato sia stata rimpiazzata, la pe­dagogia, dalla demagogia: si tende a scrivere solo quello che il lettore ha voglia di sentirsi dire. Anche se quello che ha voglia di sentirsi dire è pura menzogna.


 


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